sabato 3 febbraio 2018

Amici a Khajuraho

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Un amico: Govinda Soni
La vita scorreva tranquilla a Khajuraho, soprattutto ai tempi del primo ristorante che era molto piccolo e, tutto sommato, almeno in quel momento non c'erano particolari preoccupazioni nella gestione.
Avevo scelto una postazione che mi sembrava ideale.
Il ristorante era stato ricavato su un terrazzo di fronte a un laghetto artificiale che, a quei tempi, serviva anche da lavatoio.
Le donne che abitavano negli immediati dintorni arrivavano, ogni giorno, con la loro grande cesta e tuffavano i panni in acqua, li insaponavano e  li battevano sulla pietra, a volte aiutandosi con un attrezzo di legno che somigliava molto a una mazza da cricket.
Così, quando non si lavorava in cucina c'era sempre uno spettacolo di colori, suoni e voci da godere.
A quel tempo c'erano pochissime auto a Khjauraho, forse una decina in tutto il piccolo paese. Pochi erano anche i risciò a motore.
La gente si spostava in bici, a piedi, in risciò a pedali.
Nella parte sottostante il nostro terrazzo c'era un piccolo negozio gestito da un altrettanto piccolo uomo che tutti chiamavano “Banarsi” ovvero "colui che viene da Benares" perché lui non era nativo di Khajuraho ma veniva proprio dalla famosa città santa che sorge sulle rive del fiume Gange.
Fu così che conobbi Govinda Soni.
Infatti, la casa di Banarsi era nel vecchio villaggio, poco distante dalla casa di Govinda  e Banarsi parlò di me a Govinda.
Era piuttosto insolito che una donna straniera si stabilisse a vivere a Khajuraho, quindi, la voce si era sparsa un po’ ovunque e c'era tanta curiosità.
Govinda, anche lui commerciante, decise di venire a conoscermi.
Da quel primo giorno, per volere dell'universo che muove il sole e le altre stelle, furono posate le prime fondamenta di un'amicizia sincera che si trasformò in una vera alleanza tra famiglie che è tutt’ora viva dopo ben 26 anni.
A quel tempo, Govinda aveva sei figli: cinque femmine e un maschio.
Da bravo padre indiano stava cercando di poter assicurare alla già numerosa famigliola un secondo maschio perché potesse sostenere e condividere le responsabilità del fratello nel momento in cui il padre, da vecchio, non avrebbe più potuto fronteggiare le esigenze di una famiglia numerosa e i doveri che essa richiede costantemente soprattutto con cinque figlie femmine da far sposare.
Purtroppo, il caro Govinda non ebbe neppure il tempo di invecchiare perché ci ha lasciati molto presto: io ero già tornata a vivere in Italia.
Govinda aveva costruito la sua casa di fronte al laghetto che si trova nell'antico villaggio di Khajuraho, dal terrazzo si gode una bella vista sul tempio dedicato al dio Brahma.
Come tutti i templi di Khajuraho il piccolo tempio del dio Brahma si erge su una piattaforma un po' elevata rispetto al livello stradale. I gradini di accesso al tempio ospitano sempre mucche e caprette che amano riposarsi mantenendo un regale distacco dalla strada polverosa.
Il negozio, com’è d'uso in quella zona, era al piano terra, mentre la famiglia abitava e
svolgeva la sua vita al piano superiore in puro stile indiano, meglio ancora, secondo tutte quelle regole antiche che scandiscono i giorni, le settimane, i mesi e gli anni di una famiglia indiana che vive la sua vita in un villaggio.

Una cucina sempre in funzione, un paio di stanze da letto, un terrazzo dove era sistemato l’angolo per il lavaggio dei piatti che, secondo la tradizione, se sono sporchi non possono entrare in cucina.
La casa è sempre là, la famiglia, con grandi sforzi, è riuscita ad ampliarla un po’ e ad apportare migliorie pur mantenendola semplice, direi essenziale. Sono persino  riusciti riusciti a ricavare due piccole stanze per ospiti paganti che desiderano vivere in famiglia anziché alloggiare in un confortevole ma anonimo hotel.
Il nome dell’attività “homestay” altro non è che lo stile autentico di Govinda: “friends in Khjauraho”.
Pochi mesi dopo il mio trasferimento a Khajuraho, tornai a Roma per far nascere mio figlio: correva l'anno 1993.
Rientrati a Khajuraho, nel caldo umido dei monsoni, quando ogni giorno di pioggia è una disdetta e una benedizione al tempo stesso, ricevetti la bella notizia che anche gli sforzi di Govinda e la sua tanto paziente quanto bella moglie, furono premiati: arrivò, di lì a poco, il loro secondo figlio maschio.
Mio figlio Aditya, nei primi anni della sua infanzia, ebbe, in tal modo, due piccoli amici con cui poter giocare: Vijai e Ravì.
Accadeva che, di tanto in tanto, mi prendessi qualche ora di pausa dal lavoro del ristorante per trascorrere un pomeriggio nel negozio di Govinda, dove i bambini potevano sedere insieme su una stuoia e giocare in tutta tranquillità tra di loro, con giocattoli di fortuna, mentre Govinda e io facevamo un po’ di chiacchiere sorseggiando qualche bicchiere di tè speziato preparato con cura dalla moglie e servito con solerzia, sempre accompagnato da un bel sorriso, da una delle figlie che ce lo recapitava scendendo con incredibile abilità un’impervia scala.
Govinda per mio figlio era “ciaciu Govinda” ovvero, zio Govinda.
I turisti che, animati da curiosità, osavano spingersi fino al vecchio villaggio erano poco numerosi ma, quelli che arrivavano fin lì, per godersi la quiete di un pomeriggio indiano, osservando la vita di questi abitanti discendenti dei sudditi della dinastia reale Chandela, finivano sempre per fermarsi ad ammirare i bellissimi oggetti di bronzo, per lo più antichi, che facevano mostra di sé nella vetrina e sugli innumerevoli scaffali all'interno del negozio.
Ogni tanto, Govinda riusciva ad aprire con me la porta del suo cuore dietro la quale si celavano le sue preoccupazioni, le sue inquietudini sul futuro, soprattutto quando, durante la bassa stagione del turismo, le vendite crollavano inesorabilmente e c'erano tante bocche da sfamare.
Eppure, posso dire di aver visto i suoi bambini sempre ben nutriti anche quando la cena era composta da un piatto di riso, una ciotolina di lenticchie e un contorno di cipolle crude. Ricordo, come fosse ora, il bambino più piccolo mangiare a morsi, con estremo gusto, la sua cipolla dopo averla stropicciata nel riso.
La famiglia è strettamente vegetariana.
Credo che la moglie di Govinda, Santosh, avesse una bacchetta magica nelle sue mani perché qualunque cibo servisse nel piatto, aveva sempre un gusto impareggiabile.

Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di assaggiare di nuovo i suoi manicaretti.

I nostri figli sono diventati grandi e, nonostante, gli anni trascorsi senza mai incontrarsi, quando sono riuscita a organizzare il mio rientro a Khjauraho con mio figlio, due anni fa, è stato come se non si fossero mai lasciati. Aditya non avrebbe potuto avere amici migliori con cui scorrazzare a Khajuraho: accolto con gioia, sicuro e protetto ovunque andasse.
Il calore e l'amicizia della famiglia Soni mi hanno sempre fatto sentire una di loro, infatti i figli mi chiamano zia. Ancora oggi, sempre: “friends in Khjauraho”.

lunedì 26 giugno 2017

MUDRA: I GESTI DELLE MANI NELLA PRATICA DELLO YOGA
Il termine mudra in sanscrito significa sigillogesto Si riferisce a tutti i gesti che si fanno principalmente con le mani, allo scopo di ottenere benefici fisici, mentali ed eneegetici.
La pratica di questi gesti è usata da millenni da chi pratica lo yoga e suggerito dalla medicina ayurveda per curare problemi di salute ed equilibrio mentale.
Alcuni mudra possono alleviare la stanchezza, aumentare la concentrazione, o lenire i dolori di vario tipo ed altri ancora per aumentare la forza di volontà.
Di questi simboli ce ne sono centinaia,  e conoscerli tutti sarebbe impossibile, ma a te può bastare conoscere quelle più praticati nelle classi di yoga e sicuramente Anjali mudra è uno di questi.
Secondo la scienza dello yoga i mudra funzionano stabilendo un collegamento diretto tra il corpo, la mente ed il corpo energetico.


domenica 18 giugno 2017

Un'italiana alla ricerca dell'acqua in India: Rishikesh

#Rishikesh #ashram #acqua #fiume #Ganga #Gange: un'italiana alla ricerca dell'acqua in India

Dopo il mio matrimonio e le rituali visite al villaggio dei suoceri che, pure, mi piaceva ma dove non godevo di alcuna privacy e libertà e dove mancavano i comforts piú basilari, cominciai a desiderare di andarmene un po' al nord alla ricerca di un clima più clemente e fresco. 

Il Rajasthan era così infuocato in quel mese di giugno che trovavo faticoso anche solo pensare di uscire a fare due passi all'alba o al tramonto, momenti questi, in cui la gente si riversava in strada per recarsi al bazar o semplicemente per farai visita l'un l'altro, scambiare due chiacchiere mentre sorseggiavano il "chai" (tè speziato al latte) bollente sgranocchiando "namkin" salatini. 

Ad Alwar, a causa della siccità dei mesi estivi, c'era scarsità di acqua e disponevano, alcuni giorni, per via del razionamento, soltanto di pochi litri a persona.
Al mattino presto, all'alba, l'azienda responsabile della distribuzione d'acqua in città, apriva i rubinetti del grande serbatoio cittadino e, in ogni casa, tutti erano pronti a riempire secchi, pentole e tutti i contenitori di cui si disponeva per la provvista giornaliera. 

Quando il flusso dai rubinetti cominciava a diminuire fino a diventare un filo, qualche goccia e poi più niente guardavo la scorta fatta, alcune volte con soddisfazione ma, altre, con un leggero senso di angoscia.
Anche così mi stavo abituando alla vita in India ventisette anni fa.

Intanto continuavo a essere anche troppo al centro della curiosità dei concittadini di mio marito e avevo  bisogno di sentirmi di nuovo una sconosciuta tra la folla. 
Quando passavamo nel bazar tutti ci guardavamo, sorpresi e cordiali. I negozianti ci invitavano anche solo per offrirci un tè o una bibita per avere l'opportunità di scambiare due chiacchiere con una straniera in una cittadina dove non accadeva mai nulla di straordinario evidentemente.
Ci furono anche inviti a pranzo e fu così che iniziai il mio training di preparazione di manicaretti della cucina indiana.

Ma il caldo e la scarsità d'acqua, in attesa del monsone mi spingevano ad andarmene e convinsi mio marito a partire per una regione più fresca. 

Ce ne andammo a Rishikesh che già conoscevo e dove speravo di trovare acqua a sufficienza e sollievo alla calura sulle rive del Gange.
Il viaggio fu lungo e piuttosto faticoso fatto su bus locali che, all'epoca, erano sempre scomodi e affollati. 
Per fortuna erano previste, di tanto in tanto, delle soste durante le quali, anche solamente bere un tè era un grande sollievo.
All'arrivo a destinazione compresi che ne era valsa la pena. 

Molto verde, alberi ovunque. Per chi nasce e vive in Italia, anche in città il verde è così scontato! 
Il fiume era affascinante e calmo, l'acqua scorreva tra grandi massi sopra i quali mi divertii a camminare per poi sedermi sul più comodo per un fantastico pediluvio che rinfrescò tutto il mio corpo. 
Intanto guardavo alcuni sadhu che, immobili, sedevano in meditazione e tutti eravamo cullati dal rumore dell'acqua.
In un luogo così è facile vuotare la mente e abbandonare qualunque pensiero o preoccupazione perché "tutto scorre".

Trovammo posto in un Ashram molto semplice e tranquillo, un po' in disparte rispetto agli altri dove alloggiavano, per lo più, occidentali che venivano in India per praticare yoga e meditazione ma che, proprio per questo, accettavano solo chi aveva prenotato con congruo anticipo. 

Alla reception vollero verificare, come di rito, a quei tempi, che fossimo veramente sposati: portavamo sempre con noi il certificato di matrimonio oltre al certificato di estensione del mio visto che era stato tramutato da "turistico" a "matrimoniale" dall'ufficio di polizia di Alwar che per svolgere questa pratica aveva impiegato qualche ora. Mi sembrava tanto, all'epoca, a ora che conosco i tempi e i modi italiani in materia, devo riconoscere che mi fu concesso in men che non si dica.

Ci assegnarono una stanza pulita e modesta, come del resto erano tutte le stanze di quell'ashram. Avevamo con noi le nostre lenzuola e venne un inserviente a spazzare e lavare il pavimento prima che ne prendessimo possesso.

Sarei rimasta lì per settimane.
Il Guru dell'ashram volle incontrarci personalmente, incuriosito, soprattutto, per la mia presenza in quel luogo dove, a quanto pare, almeno all'epoca, chi non era indiano, raramente decideva di fermarsi per la notte. 
Fu gentile, ci fece qualche domanda per capire come e dove ci fossimo conosciuti e ci diede la sua benedizione. 

Le giornate di Rishikesh furono tranquille. Visitavamo i templi di rito e passeggiavamo. Intanto nubi monsoniche si addensavano nel cielo e, finalmente, ci furono molte ore di pioggia incessante durante le quali, si godeva il fresco da sotto il loggiato che correva lungo l'ashram. 
C'erano molte librerie e acquistai qualche libro che trattava argomenti di yoga e astrologia vedica. Un paio di questi, le pagine ingiallite, si è salvato dai miei innumerevoli traslochi e sono ancora nella mia piccola biblioteca proprio per aiutarmi a ricordare quella mia vacanza a Rishikesh. 


mercoledì 30 novembre 2016

Yoga Deva Kundalini


Patrizia Marapodi, insegnante di Kundalini Yoga, certificata presso Ikyta Italia e operatrice olistica, ha iniziato, la pratica dello Yoga a Roma nel 1981.
Hatha Yoga, per un breve periodo, e, in seguito, Kundalini Yoga.

Nel 1984 incontra in Italia, per la prima volta, il Maestro S.S.S. Yogi Harbhajan Singh, da cui riceve il nome spirituale Deva Kaur.

Nel 1990, nel desiderio di approfondire yoga e tecniche di meditazione, si trasferisce in India dove decide di abitare per i successivi dieci anni.

Durante la permanenza nella terra Madre dello Yoga e della Meditazione approfondisce e perfeziona la sua ricerca nel campo della yoga, meditazione, dell’astrologia vedica e alimentazione Ayurveda.

Attraverso la scelta di vivere a stretto contatto con la cultura e le tradizioni dell’India, ha l’opportunità di incontrare e ricevere insegnamenti da  molteplici Maestri Spirituali quali Mata Amritanandamayi, il Maestro Goenka, meditazione Vipassana, il Maestro Param Sant Kanwar Saheb Ji Maharaj nella Satsang Radhaswami.

Nell’anno 2000, giunto il tempo del rientro in Italia, segue un corso di formazione di "massaggio sensitivo gestaltico", SGM, a Roma presso la scuola del prof. Miguel Angel Bertrand.

Tuttora prosegue nel suo cammino di studio, pratica e condivisione attraverso l'attività di insegnamento di yoga, pranayama, meditazione, studio della simbologia e del suono corrente, nonché pratica di consapevolezza corporea con l'intento di risvegliare e provocare un processo di trasformazione efficace nella coscienza individuale, per accrescere la comprensione e la gioia alla partecipazione ai ritmi della vita.

giovedì 2 giugno 2016

Kalonji - Nigella sativa

Nigella sativa, kalonji: è un seme conosciuto da millenni e da una grande porzione della popolazione mondiale, è considerata tra le più preziose erbe fitoterapiche di tutti i tempi per ridurre il rischio e contrastare le malattie esistenti, agendo come rinforzante del sistema immunitario.

La Nigella Sativa, erroneamente chiamata cumino nero, è molto ricca di principi nutrizionali, contiene ben otto dei nove aminoacidi essenziali e oltre un centinaio di componenti preziosi tanto da potersi definire una ‘sinfonia di sostanze vitali’ tra cui:
arginina, acido ascorbico, acido glutammico, calcio, carboidrati, carotene, cisteina, ferro, lisina, magnesio, minerali, potassio, proteine, selenio, vitamine A-B1-B2-C, zinco.
E' considerata una spezia particolarmente ricca di ferro.

Apprezzato nella tradizione Ayurveda per le sue ampie qualità e per i suoi benefici sulla salute, proprietà che ancora oggi iniziano a trovare conferma dalla ricerca scientifica.

La Nigella viene considerata una spezia dal potere riscaldante, adatta ad essere utilizzata durante la stagione invernale. Il suo consumo è considerato utile per contrastare i gonfiori addominali. Ottima per disintossicare l'intestino. E' sedativa.

mercoledì 18 maggio 2016

Cumino

La spezia principe di ogni ricetta indiana è il cumino: non manca mai nella preparazione di verdure, legumi, riso o nello yogurth quando si prepara sotto forma di "raita" o "lassì".

semi di cumino sono derivati dall'omonima pianta, originaria dell'area del Mediterraneo Orientale e dell'India. Vengono ricavati dai suoi frutti dopo l'essiccazioni e vengono utilizzati nella tradizione alimentare tipica della cultura indiana, sia sotto la forma di semi interi che di spezia macinata.
Unito alle bolliture dei legumi ma soprattutto fritto nell'olio o tostato è qui che sprigiona tutto il suo fantastico aroma.
Il cumino è considerato come una spezia particolarmente ricca di ferro. I suoi benefici per la salute sono stati presi in considerazione fin dai tempi antichi dall'Ayurveda, la medicina tradizionale indiana, che ha attribuito al cumino proprietà che al giorno d'oggi iniziano a trovare conferma all'interno della ricerca scientifica.
Il cumino può essere annoverato tra gli alimenti a cui ricorrere per la disintossicazione naturale dell'organismo. Aumenta il fuoco digestivo e contrasta i gonfiori addominali. 
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domenica 11 ottobre 2015

Omaggio al Nepal terra degli dei, di montagne, di Dakini

Tornammo a Kathmandù ancora un paio di giorni, forse tre prima del rientro in India. Trascorremmo molto tempo nella grande libreria di Thamel "The pilgrims". Cercai subito mazzi di tarocchi, libri di tarocchi: ce ne erano una buona varietà ma non quelli ... eppure avevo sempre di più l'idea che quel mazzo di tarocchi lo avessi già visto!

Aditya scelse libri per sé, era freddo a Kathmandù in quei giorni, il sole tramontava presto e così, dopo le visite in libreria, andavamo a far quattro chiacchiere nel negozio dei nuovi amici indiani, pochi metri più in là.

Aditya era contento della loro compagnia. I ragazzi parlavano un buon italiano e la conversazione era uno spasso per lui che passava dall' hindi all'italiano con estrema facilità, usava l'una o l'altra lingua a seconda di come le espressioni erano più efficaci e colorite. La sera si cenava insieme al ristorante "The third eye" o alla pizzeria "Fire and ice".

Sulla strada del ritorno uno dei tre giovani ragazzi indiani si faceva carico di portare Aditya in braccio fino in albergo dove qualche inserviente si caricava del suo peso fino a depositarlo sul letto ormai già addormentato. Quello che ho trovato nei miei viaggi da sola con figlio al seguito, sia in India che in Nepal, e' sempre stato il massimo dell' aiuto, assistenza e cura verso il bambino, trattato con affetto e tenerezza sinceri.

Mai ho dovuto chiedere aiuto, perché qualcuno arrivava di sua volonta' pronto a prevenire qualunque richiesta. Questo fa comprendere quanta naturale attenzione ci sia verso i bambini. Se dovessi consigliare a qualche mamma che viaggia sola con figli direi, senza esitazione di andare in India o in Nepal.
Arrivò il giorno del rientro in India, passammo a salutare gli amici indiani di Jaipur e ce ne andammo.

Io ero triste, la vacanza era stata cosi intensa e già pensavo al mio prossimo viaggio nella terra degli dei da lì a qualche settimana. Atterrammo a Varanasi, sosta in hotel per la notte. Il nostro autista, Pappù, arrivò da Khajuraho con dei turisti a tarda sera, pronto a ripartire all'indomani.

Trascorsero i giorni affaccendati della settimana della danza classica indiana ai templi di Khajuraho, spettacolo da non perdere per il fascino dei movimenti dei danzatori e danzatrici, dei musicisti e dei templi che fanno da sfondo. Una scenografia maestosa e più appropriata non si potrebbe trovare.
Dopo il Maha Shivaratri (festa dedicata al Dio Shiva), fremevo per l'impazienza di tornare a Kathmandù. Inoltre, dal momento in cui era nato mio figlio non avevo mai più trascorso un giorno senza di lui, perciò questa sarebbe stata anche l'opportunità di godere di un po' di solitudine.
In pochi giorni eravamo già a primavera avanzata: una sacca da viaggio con pochi indumenti era sufficiente questa volta. Passai da Varanasi, come al solito e poi, via, diretta al piccolo aeroporto di Kathmandù.

Scesi al solito albergo, sorseggiai una tazza di tè e subito dal chiromante.

Mi accolse non senza meraviglia, forse davvero non aveva creduto che sarei tornata. Prese l'impronta delle mie mani dopo avermele ben bene inchiostrate e mi dette appuntamento per due giorni dopo. Passai subito a salutare gli amici di Jaipur: c'erano soltanto Rajnesh e Devender.

Tra una chiacchiera e l'altra selezionai monili d'argento per il mio negozietto di Khajuraho. Concordammo un prezzo molto buono, quasi d'ingrosso.

Ormai non avrei avuto tempo di andare fino a Jaipur per i soliti acquisti semestrali, in pochi settimane sarei partita per l'Italia. Chiesi loro di tenere tutto da parte: avrei ritirato il giorno prima della partenza.

Il chiromante, cerimonioso nei suoi gesti, mi accolse per la sua spiegazione che incise su un nastro. Lo studio della mia mano era completo, esaustivo.

Mi parlò della mia vita, del passato, del momento attuale, del futuro.
Fece un unico errore per quanto riguardava il futuro: vide la mia uscita definitiva dall'India all'età di 53 anni mentre invece me ne andai a 44.

Ma lo sapevo bene che stava sbagliando: il tempo era proprio stretto. Me lo sentivo a pelle. Per il resto, posso dire che il lavoro che faccio oggi è proprio quello che aveva previsto.
Il giorno prima della mia partenza da Kathmandù andai a ritirare l'argento e pagare.

Ma ... non potevano accettare la mia carta di credito per il pagamento. Solo cash! Una corsa in moto fino alla banca: stava chiudendo i cancelli! Tornammo al negozio. Che fare? Per loro sfumava un incasso interessante. Bisognava trovare una soluzione. Era venerdì e, fino a lunedì, niente cash, ma il mio aereo era già prenotato per il sabato mattina.

Rajnesh che aveva funzioni decisionali mi disse: prendi tutto lo stesso, quando passi da Jaipur ci pagherai. Obiettai che ci sarebbero voluti diversi mesi prima che passassi di lì, si fidava veramente di me così tanto?
Sì, mi disse.

A quel punto cominciò a scendere su di noi "la polverina magica" di cui si parla nella tecnica dei 101 desideri.

Preparò una fattura con indirizzo del negozio di "suo cugino" a Jaipur e mi consegnò il tutto.
Mesi dopo, arrivai a Jaipur, affittai un risciò che mi lasciò davanti all'Hawa Mahal, il famoso Palazzo dei venti, della città rosa. Fattura alla mano, stavo cercando il negozio quando mi imbattei in ... Devender.

Sì proprio lui! Uno dei ragazzi di Kathmandu. Mi fece strada su per le impervie scalette che conducevano al negozio.
Prima di pagare ... una tazza di tè, naturalmente. Mentre sorseggiavo mi guardavo intorno e mi convincevo sempre di più che quel negozio lo avevo già visto. Così chiesi se, qualche anno prima lì non avesse lavorato un certo Shiva. Ma certo, mi fu detto questo è il negozio di Shiva, lo conosci?  No, non lo conoscevo perché la volta che ero andata lì, anni prima, Shiva non c'era ma lui era molto amico di Pardeep il mio amico indiano che vive a vicino Roma e di cui avevo perduto le tracce. Lo chiamarono al telefono per farmi parlare con lui. Quando seppe chi io fossi mi salutò con voce cordiale e gioiosa e ... meraviglia, mi comunicò che frequentava Pardeep quando si recava a Roma per affari e, in quel momento, il cerchio si chiuse. Non sto a farla lunga ma oggi Pardeep ha un ristorante indiano a Trastevere il quartiere dove io vivo.

Il ristorante si chiama Jaipur e ci potete scommettere che c'è il mio zampino.

Aditya e il figlio di Pardeep, Sahil sono amici, persino hanno frequentato la stessa facoltà universitaria.

Grazie Nepal! Terra di magie. Un piccolo regno tra i monti più alti del mondo, oggi stravolti da un terremoto che mi ha toccata nel profondo del mio cuore e delle mie radici. Il mio spirito di ricerca e di avventura mi riporterà in quella terra prima o poi. Con tutto il mio amore. Namaste'