mercoledì 15 aprile 2015

Viaggio a Chitrakoot

Una nota speciale la merita la visita che facemmo alla città sacra di Chitrakoot.
Molte volte, il mio amico Govinda, davanti a una tazza di tè fumante, mentre sedevo nel suo negozio, nei giorni in cui il turismo scarseggiava e potevo prendere un po’ di riposo, mi aveva parlato di questa città non troppo distante dal luogo da Khajuraho dove abitavamo.
Dai racconti fatti  potevo dedurre che il luogo santo fosse anche, in qualche modo, magico.
Insomma, un posto  che doveva esser visto.
Intanto Aditya già camminava spedito e io mi sentivo che ce l'avrebbe fatta ad affrontare il viaggio, la novità del luogo dove non ci aspettavano comforts di nessun tipo neppure a poterli pagare.
Soprattutto, non saremmo andati soli io e lui. Aditya era già molto abituato ai viaggi  ma, fino a quel momento, mi ero limitata a  luoghi di cui conoscevo pregi e difetti. Ora si affrontava insieme "l'ignoto".
Govinda si offerse di essere la nostra scorta. Era stato proprio lui a stimolare la mia curiosità. Lui conosceva la città santa e desiderava tornare a visitarla. Ecco, dunque, che potevamo disporre di una valida guida e, pertanto, non c'era più motivo di esitare.
All'ultimo momento, alla nostra piccola comitiva, si aggiunsero altre persone che avevo conosciuto perché clienti del mio ristorante. 
Si trovava a Khajuraho, in vacanza, una donna americana con i suoi due figli adolescenti. La famigliola stava effettuando un viaggio “pellegrinaggio”: uno dei figli, il ragazzo, era nato in India, abbandonato nell’ashram di Madre Teresa a Calcutta e adottato da lei quando aveva quattro anni.
Il ragazzo non ricordava nulla dei primi terribili anni della sua vita e guardava l’India con occhi pieni di stupore e con un senso di totale estraneità.
Quando seppe del viaggio che mi accingevo a intraprendere, lei, Noah, espresse il desiderio di unirsi a noi per visitare Chittrakoot; intuiva, a ragione, che doveva afferrare al volo questa opportunità di vedere un luogo ancora poco o per nulla frequentato dal turismo occidentale, sicuramente fuori dalle rotte del turismo di massa.
La città si trova nella stessa regione dove vivevo ma, nondimeno, il viaggio era lungo e impegnativo: dalle quattro alle cinque ore: un continuo, incessante sobbalzare delle ruote della nostra auto su strade impervie. Attraversammo luoghi e villaggi isolati dove  neppure sarebbe stato possibile trovare un telefono funzionante. 
Dopo Satna, non  incrociammo neppure i pericolosi camion che attraversano l'India in lungo e in largo, a qualunque ora.
Arrivammo a destinazione nel primo pomeriggio e, dopo aver scartato un paio di alberghi i cui pavimenti non erano stati spazzati da almeno un mese, ci venne indicata una casa per pellegrini appena inaugurata. Scintillanti pavimenti di marmo, stanze accoglienti, bagni molto puliti. I materassi erano ancora imballati nella plastica. Lo staff era costituito da persone dolci e gentili che furono ben felici di avere tra i primi ospiti la nostra simpatica comitiva.
Il luogo era "no profit" perché donato ai pellegrini da un industriale che aveva deciso di investire una parte del suo capitale a  beneficio di quella umanità che voleva trascorrere qualche giorno in un luogo di preghiera dove si diceva fosse passato il dio Rama.
Ci servirono una cena semplice e squisita. Verdure e daal (lenticchie) cucinati fresche per noi. Chapati (pane indiano senza lievito), caldo e in abbondanza, il tutto servito con ampi sorrisi.
Aditya prendeva padronanza del luogo e scorrazzava, sicuro di sé, nella grande “hall” dove era stato sistemata l'altare per la puja quotidiana.
Sembrava di essere in una vera famiglia i cui membri si incontravano per la  prima volta ma, chissà perché, interagivano  tra loro con quel fare che solo tra consanguinei garantisce una totale assenza di imbarazzo e una condivisione gioiosa.
Dormimmo come sassi: ci sentivamo al sicuro e fummo molto grati allo sconosciuto industriale che aveva preparato questo luogo accogliente per noi.
 
La città santa di Chittrakoot sorge in una zona di estese foreste.
I templi sono molteplici ma, più interessante è “la discesa nel ventre della madre terra”: c’è una montagna cava, ai margini della città.
Ed ara questa che sembrava rappresentare la vera magia, il mistero.
Sentimmo una certa inquietudine già dai primi passi mentre scendevamo una scala agevole ricavata nella roccia. In fondo alla scala si apriva una grande sala di forma circolare e, al centro della stessa un semplice altare di pietra.
Quando guardammo in alto, vedemmo un masso di dimensioni enormi che la natura, nei suoi modi sempre insoliti e sorprendenti,  aveva voluto sospendere sopra l'altare e  sopra di noi.
Il masso aveva una forma somigliante a un cuore umano.
Rimanemmo estatici e fiduciosi a percepire l’energia di quel masso sulle nostre teste. Si sentiva chiaramente una pulsazione se si rimaneva in piedi per un po’ sotto al masso. Lo sappiamo bene che i minerali sono viventi e hanno specifiche onde di trasmissione della loro energia.
Nulla di strano che, in un paese come l’India, dove Bhumi Devi (la Madre terra) è una divinità, un luogo del genere venisse, a ragione, ritenuto sacro.
L’eredità spirituale di Chitrakoot risale a tempi leggendari. In questa zona di grandi foreste il Dio Rama, sua moglie Sita e Lakshamana, fratello del Dio, trascorsero undici anni e mezzo del loro esilio e qui,  grandi saggi come Atri, Sati Anusuya, Dattatreya, molti veggenti, devoti e grandi pensatori hanno trascorso lunghi periodi di meditazione e, anche la trinità composta da Brahma, Vishnu e Shiva, in questi luoghi, si è incarnata.
In quelle stupende giornate trascorse a Chitrakoot, ci siamo rinnovati, tra rocce, alberi e acque sacre: l’energia vibrazionale di Bhumi Devi era costante, era a nostra disposizione e bastava essere lì, nelle strade, nei sentieri per ricevere il rinnovamento che la Madre Terra ci elargiva in abbondanza.
Tornammo a Khajuraho stanchi ma pieni di entusiasmo per i doni ricevuti.





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