domenica 18 giugno 2017

Un'italiana alla ricerca dell'acqua in India: Rishikesh

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Dopo il mio matrimonio e le rituali visite al villaggio dei suoceri che, pure, mi piaceva ma dove non godevo di alcuna privacy e libertà e dove mancavano i comforts piú basilari, cominciai a desiderare di andarmene un po' al nord alla ricerca di un clima più clemente e fresco. 

Il Rajasthan era così infuocato in quel mese di giugno che trovavo faticoso anche solo pensare di uscire a fare due passi all'alba o al tramonto, momenti questi, in cui la gente si riversava in strada per recarsi al bazar o semplicemente per farai visita l'un l'altro, scambiare due chiacchiere mentre sorseggiavano il "chai" (tè speziato al latte) bollente sgranocchiando "namkin" salatini. 

Ad Alwar, a causa della siccità dei mesi estivi, c'era scarsità di acqua e disponevano, alcuni giorni, per via del razionamento, soltanto di pochi litri a persona.
Al mattino presto, all'alba, l'azienda responsabile della distribuzione d'acqua in città, apriva i rubinetti del grande serbatoio cittadino e, in ogni casa, tutti erano pronti a riempire secchi, pentole e tutti i contenitori di cui si disponeva per la provvista giornaliera. 

Quando il flusso dai rubinetti cominciava a diminuire fino a diventare un filo, qualche goccia e poi più niente guardavo la scorta fatta, alcune volte con soddisfazione ma, altre, con un leggero senso di angoscia.
Anche così mi stavo abituando alla vita in India ventisette anni fa.

Intanto continuavo a essere anche troppo al centro della curiosità dei concittadini di mio marito e avevo  bisogno di sentirmi di nuovo una sconosciuta tra la folla. 
Quando passavamo nel bazar tutti ci guardavamo, sorpresi e cordiali. I negozianti ci invitavano anche solo per offrirci un tè o una bibita per avere l'opportunità di scambiare due chiacchiere con una straniera in una cittadina dove non accadeva mai nulla di straordinario evidentemente.
Ci furono anche inviti a pranzo e fu così che iniziai il mio training di preparazione di manicaretti della cucina indiana.

Ma il caldo e la scarsità d'acqua, in attesa del monsone mi spingevano ad andarmene e convinsi mio marito a partire per una regione più fresca. 

Ce ne andammo a Rishikesh che già conoscevo e dove speravo di trovare acqua a sufficienza e sollievo alla calura sulle rive del Gange.
Il viaggio fu lungo e piuttosto faticoso fatto su bus locali che, all'epoca, erano sempre scomodi e affollati. 
Per fortuna erano previste, di tanto in tanto, delle soste durante le quali, anche solamente bere un tè era un grande sollievo.
All'arrivo a destinazione compresi che ne era valsa la pena. 

Molto verde, alberi ovunque. Per chi nasce e vive in Italia, anche in città il verde è così scontato! 
Il fiume era affascinante e calmo, l'acqua scorreva tra grandi massi sopra i quali mi divertii a camminare per poi sedermi sul più comodo per un fantastico pediluvio che rinfrescò tutto il mio corpo. 
Intanto guardavo alcuni sadhu che, immobili, sedevano in meditazione e tutti eravamo cullati dal rumore dell'acqua.
In un luogo così è facile vuotare la mente e abbandonare qualunque pensiero o preoccupazione perché "tutto scorre".

Trovammo posto in un Ashram molto semplice e tranquillo, un po' in disparte rispetto agli altri dove alloggiavano, per lo più, occidentali che venivano in India per praticare yoga e meditazione ma che, proprio per questo, accettavano solo chi aveva prenotato con congruo anticipo. 

Alla reception vollero verificare, come di rito, a quei tempi, che fossimo veramente sposati: portavamo sempre con noi il certificato di matrimonio oltre al certificato di estensione del mio visto che era stato tramutato da "turistico" a "matrimoniale" dall'ufficio di polizia di Alwar che per svolgere questa pratica aveva impiegato qualche ora. Mi sembrava tanto, all'epoca, a ora che conosco i tempi e i modi italiani in materia, devo riconoscere che mi fu concesso in men che non si dica.

Ci assegnarono una stanza pulita e modesta, come del resto erano tutte le stanze di quell'ashram. Avevamo con noi le nostre lenzuola e venne un inserviente a spazzare e lavare il pavimento prima che ne prendessimo possesso.

Sarei rimasta lì per settimane.
Il Guru dell'ashram volle incontrarci personalmente, incuriosito, soprattutto, per la mia presenza in quel luogo dove, a quanto pare, almeno all'epoca, chi non era indiano, raramente decideva di fermarsi per la notte. 
Fu gentile, ci fece qualche domanda per capire come e dove ci fossimo conosciuti e ci diede la sua benedizione. 

Le giornate di Rishikesh furono tranquille. Visitavamo i templi di rito e passeggiavamo. Intanto nubi monsoniche si addensavano nel cielo e, finalmente, ci furono molte ore di pioggia incessante durante le quali, si godeva il fresco da sotto il loggiato che correva lungo l'ashram. 
C'erano molte librerie e acquistai qualche libro che trattava argomenti di yoga e astrologia vedica. Un paio di questi, le pagine ingiallite, si è salvato dai miei innumerevoli traslochi e sono ancora nella mia piccola biblioteca proprio per aiutarmi a ricordare quella mia vacanza a Rishikesh. 


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