mercoledì 15 aprile 2015

Viaggio a Chitrakoot

Una nota speciale la merita la visita che facemmo alla città sacra di Chitrakoot.
Molte volte, il mio amico Govinda, davanti a una tazza di tè fumante, mentre sedevo nel suo negozio, nei giorni in cui il turismo scarseggiava e potevo prendere un po’ di riposo, mi aveva parlato di questa città non troppo distante dal luogo da Khajuraho dove abitavamo.
Dai racconti fatti  potevo dedurre che il luogo santo fosse anche, in qualche modo, magico.
Insomma, un posto  che doveva esser visto.
Intanto Aditya già camminava spedito e io mi sentivo che ce l'avrebbe fatta ad affrontare il viaggio, la novità del luogo dove non ci aspettavano comforts di nessun tipo neppure a poterli pagare.
Soprattutto, non saremmo andati soli io e lui. Aditya era già molto abituato ai viaggi  ma, fino a quel momento, mi ero limitata a  luoghi di cui conoscevo pregi e difetti. Ora si affrontava insieme "l'ignoto".
Govinda si offerse di essere la nostra scorta. Era stato proprio lui a stimolare la mia curiosità. Lui conosceva la città santa e desiderava tornare a visitarla. Ecco, dunque, che potevamo disporre di una valida guida e, pertanto, non c'era più motivo di esitare.
All'ultimo momento, alla nostra piccola comitiva, si aggiunsero altre persone che avevo conosciuto perché clienti del mio ristorante. 
Si trovava a Khajuraho, in vacanza, una donna americana con i suoi due figli adolescenti. La famigliola stava effettuando un viaggio “pellegrinaggio”: uno dei figli, il ragazzo, era nato in India, abbandonato nell’ashram di Madre Teresa a Calcutta e adottato da lei quando aveva quattro anni.
Il ragazzo non ricordava nulla dei primi terribili anni della sua vita e guardava l’India con occhi pieni di stupore e con un senso di totale estraneità.
Quando seppe del viaggio che mi accingevo a intraprendere, lei, Noah, espresse il desiderio di unirsi a noi per visitare Chittrakoot; intuiva, a ragione, che doveva afferrare al volo questa opportunità di vedere un luogo ancora poco o per nulla frequentato dal turismo occidentale, sicuramente fuori dalle rotte del turismo di massa.
La città si trova nella stessa regione dove vivevo ma, nondimeno, il viaggio era lungo e impegnativo: dalle quattro alle cinque ore: un continuo, incessante sobbalzare delle ruote della nostra auto su strade impervie. Attraversammo luoghi e villaggi isolati dove  neppure sarebbe stato possibile trovare un telefono funzionante. 
Dopo Satna, non  incrociammo neppure i pericolosi camion che attraversano l'India in lungo e in largo, a qualunque ora.
Arrivammo a destinazione nel primo pomeriggio e, dopo aver scartato un paio di alberghi i cui pavimenti non erano stati spazzati da almeno un mese, ci venne indicata una casa per pellegrini appena inaugurata. Scintillanti pavimenti di marmo, stanze accoglienti, bagni molto puliti. I materassi erano ancora imballati nella plastica. Lo staff era costituito da persone dolci e gentili che furono ben felici di avere tra i primi ospiti la nostra simpatica comitiva.
Il luogo era "no profit" perché donato ai pellegrini da un industriale che aveva deciso di investire una parte del suo capitale a  beneficio di quella umanità che voleva trascorrere qualche giorno in un luogo di preghiera dove si diceva fosse passato il dio Rama.
Ci servirono una cena semplice e squisita. Verdure e daal (lenticchie) cucinati fresche per noi. Chapati (pane indiano senza lievito), caldo e in abbondanza, il tutto servito con ampi sorrisi.
Aditya prendeva padronanza del luogo e scorrazzava, sicuro di sé, nella grande “hall” dove era stato sistemata l'altare per la puja quotidiana.
Sembrava di essere in una vera famiglia i cui membri si incontravano per la  prima volta ma, chissà perché, interagivano  tra loro con quel fare che solo tra consanguinei garantisce una totale assenza di imbarazzo e una condivisione gioiosa.
Dormimmo come sassi: ci sentivamo al sicuro e fummo molto grati allo sconosciuto industriale che aveva preparato questo luogo accogliente per noi.
 
La città santa di Chittrakoot sorge in una zona di estese foreste.
I templi sono molteplici ma, più interessante è “la discesa nel ventre della madre terra”: c’è una montagna cava, ai margini della città.
Ed ara questa che sembrava rappresentare la vera magia, il mistero.
Sentimmo una certa inquietudine già dai primi passi mentre scendevamo una scala agevole ricavata nella roccia. In fondo alla scala si apriva una grande sala di forma circolare e, al centro della stessa un semplice altare di pietra.
Quando guardammo in alto, vedemmo un masso di dimensioni enormi che la natura, nei suoi modi sempre insoliti e sorprendenti,  aveva voluto sospendere sopra l'altare e  sopra di noi.
Il masso aveva una forma somigliante a un cuore umano.
Rimanemmo estatici e fiduciosi a percepire l’energia di quel masso sulle nostre teste. Si sentiva chiaramente una pulsazione se si rimaneva in piedi per un po’ sotto al masso. Lo sappiamo bene che i minerali sono viventi e hanno specifiche onde di trasmissione della loro energia.
Nulla di strano che, in un paese come l’India, dove Bhumi Devi (la Madre terra) è una divinità, un luogo del genere venisse, a ragione, ritenuto sacro.
L’eredità spirituale di Chitrakoot risale a tempi leggendari. In questa zona di grandi foreste il Dio Rama, sua moglie Sita e Lakshamana, fratello del Dio, trascorsero undici anni e mezzo del loro esilio e qui,  grandi saggi come Atri, Sati Anusuya, Dattatreya, molti veggenti, devoti e grandi pensatori hanno trascorso lunghi periodi di meditazione e, anche la trinità composta da Brahma, Vishnu e Shiva, in questi luoghi, si è incarnata.
In quelle stupende giornate trascorse a Chitrakoot, ci siamo rinnovati, tra rocce, alberi e acque sacre: l’energia vibrazionale di Bhumi Devi era costante, era a nostra disposizione e bastava essere lì, nelle strade, nei sentieri per ricevere il rinnovamento che la Madre Terra ci elargiva in abbondanza.
Tornammo a Khajuraho stanchi ma pieni di entusiasmo per i doni ricevuti.





giovedì 5 marzo 2015

IL TEMPO DELLA MIA VITA A JAIPUR - La veggente e il santo Sufi

La veggente e il santo Sufi

Mentre vivevo a Jaipur strinsi una solida e consistente amicizia con la mia padrona di casa che occupava l’appartamento sovrastante il mio nella villetta di una silenziosa stradina del quartiere Civil Lines dove si trova la stupenda residenza del governatore del Rajasthan.

Man mano che lei, con prudenza e spirito di osservazione, comprese la natura della mia personalità, iniziò a raccontarmi le sue speranze, le sue angosce e le ritualità di preghiera, sue personali e della famiglia.

Sucheeta, questo il nome della signora, funzionaria di banca che aveva cresciuto con amore due bellissimi figli, il suo orgoglio, e aveva accudito e continuava a farlo, un marito,in passato incurante e indifferente (almeno sul piano emotivo) rispetto a tutto il piccolo nucleo familiare. 

Senza dubbio, Sucheeta aveva avuto costanza e coraggio, fermezza e stabilità, sostenuta dalla fede che Dio avrebbe provveduto a ricompensarla e sanare le ferite del suo cuore inferte da un marito molto egoista che lei aveva servito e continuava a servire con devozione, anche ora che era colpito dal Parkinson giovanile.

Dopo alcuni mesi di sereni rapporti di buon vicinato, diventammo amiche e mi propose di recarmi con lei, ogni giovedì, da una sua parente che offriva preghiere e canti a un santo, saggio e poeta Sufi di cui conservava gelosamente una statua arrivata fino a Jaipur dal Pakisthan quando i genitori della donna, Sindhi per casta, avevano lasciato il Pakisthan ese ne erano tornati in India ai tempi della “partition”.

Accettai volentieri di prender parte a questi incontri. Andavamo sempre in tre perché Sucheeta aveva un’inseparabile amica del cuore, un’insegnante di scuola elementare sua coetanea. 

Eccoci qua, pronte per la cerimonia, prima di uscire di casa, immortalate, sul balcone di Sucheeta, da un'amica italiana in visita. Il pomeriggio del giovedì era sempre una festa per noi, per stare insieme in una dimensione diversa dalle nostre solite abitudini.

Sucheeta in bianco alla mia sinistra, a destra Jyoti, la sua amica










A bordo della mia auto si partiva, gioiose di poter vivere un momento tutto per noi. Sucheeta mi indicava paziente il percorso che non imparai mai. 
Vai dritta, dopo il ponte a destra, dopo il tempio ancora a destra e poi, dritta dritta, schivando scooter, biciclette e capre nonché i pedoni che affollavano i bazar di periferia. 
Una sosta al negozio per acquistare un pacchetto di incensi che doveva essere sigillato, nuovo di zecca per il santo, una corolla di fiori e qualche dolce.

E via di nuovo, ormai c'eravamo quasi. La "veggente" ci attendeva sulla soglia. Il vicinato, curioso, guardava questa donna occidentale che andava a pregare nella casa che ospitava la statua del santo.

Non mi ci volle molto per comprendere che la depositaria della statua, gelosamente custodita nella stanza puja della casa, era una veggente.


Al nostro arrivo nella casa, ci accomodavamo, sedute a terra, su stuoie, la statua era posta in alto rispetto a noi, su uno scaffale. Ricordo bene il mantello e il turbante colorati di verde che avvolgevano il santo che lei chiamava “Sachal Sarmast” che significa “santo estatico di verità”.

Si accendevano incensi, si offrivano fiori e si esponevano i dolcetti che avevamo acquistato per la cerimonia.

Al suono di una campanella, la veggente iniziava a intonare canti. 

La sua stupenda voce trasformava tutta l’atmosfera intorno a noi che accompagnavamo con battito cadenzato delle mani. In questa prima fase erano ammesse solo donne ad accompagnare la veggente nel suo viaggio attraverso l’armonia che la spingeva all’estasi e ad un stato di trance. 

Terminati i canti, ci guardava e, se qualcuna di noi, stava attraversando un momento difficile, lei dava un suggerimento, a volte indicava una via di guarigione, se il Santo gliel'aveva suggerita.

Con il suo canto infondeva energia curativa all’acqua e ci invitava a berne dopo aver poggiato il bicchiere sulla nostra testa.
Poi riprendeva il canto. 

Poco dopo, le porte venivano aperte per la cerimonia dell’arthi (il fuoco sacro)


a cui erano ammessi gli uomini della casa o del vicinato che si mantenevano in gruppo e nel retro rispetto al gruppo femminile che si stringeva intorno alla veggente.

Abbiamo sognato insieme, a quei tempi, di pianificare un viaggio fino alla tomba del santo sufi, in Pakisthan, lei lo desiderava molto e io consideravo un privilegio poter compiere questo pellegrinaggio con loro ma poi, come la veggente aveva previsto, gli eventi precipitarono e non ci fu più modo di portare a compimento il nostro progetto.


E forse, Sachal Sarmast, quello che aveva da dirmi me lo aveva fatto sapere al momento giusto e non c’era alcuna utilità nell’andare a visitare la sua tomba soprattutto considerato che, a causa delle continue tensioni tra India e Pakisthan, il viaggio avrebbe potuto risultare pericoloso.

giovedì 5 febbraio 2015

LE CASE DELL’ACQUA, LA TERRACOTTA E IL RAME


LE CASE DELL’ACQUA, LA TERRACOTTA E IL RAME

Ho dovuto vivere in un paese tropicale per comprendere appieno l’importanza e l’efficacia di un bicchiere d’acqua e il suo impatto immediato, sul corpo e sulla mente, quando ero in giro nelle città, nei bazar e il sole batteva a picco, implacabile nelle ore più calde della giornata.

C’erano, un tempo, ancora negli anni ’90 e forse ci sono ancora delle costruzioni, basse, nei punti chiave dei bazar, con delle piccole finestre senza vetri, davanti alle quali si fermavano i passanti accaldati e assetati. 

Da occidentale e turista, osservavo con curiosità, avvicinandomi e, almeno, fintantoché non ho vissuto come una persona del luogo, avevo perplessità a servirmene.

Dietro alle finestre erano pazientemente sedute persone, dipendenti dell’azienda comunale, che, da bricchi di rame dai lunghi becchi (come vuole la saggezza auyrveda), si apprestavano a versare acqua nel cavo della mano di chiunque si avvicinasse alle finestre per bere.

All’interno della grande stanza che ospitava quelli che chiamerei i “coppieri”, c’erano grandi otri di terracotta che mantenevano fresca l’acqua che veniva versata all’interno al mattino all’alba quando l’azienda delle acque apriva i rubinetti degli enormi serbatoi (vere torri) alla periferia delle città e l’acqua scorreva allegra riempiendo i panciuti recipienti.

In una città come Alwar c’era un solo bazar e, certamente, nel 1991, era impossibile avere acqua imbottigliata, nessuno degli abitanti si sarebbe mai neppure sognato di spendere 8/10 rupie per un litro d’ acqua conservata, per giunta, nella plastica.

Secondo l’ayurveda, se l’acqua viene bevuta dopo essere stata in un recipiente di rame tutti e tre i dosha del corpo (Vata, Pitta e Kapha), si equilibrano. 

In Ayurveda l’acqua non è considerata un semplice liquido dissetante ma riveste il ruolo di cibo e, come tale, nutre, lubrifica e rimuove le tossine dai canali. Ha un efficace potere disintossicante.

L’acqua, secondo l’Ayurveda, è: defaticante, digestiva, idratante, previene la stipsi e rende luminosa la pelle.

In India si beve sempre acqua prima di uscire di casa e, lo stesso si fa al ritorno, nei villaggi, spesso si è proprio accolti sull’uscio da una delle donne di casa brocca e bicchiere in mano, avendo scorto da lontano il familiare o l’ospite in arrivo, sa già quale sarà la sua prima richiesta: JAL o PANI (acqua). 

Bere e‘ d’obbligo anche ogni qualvolta si è mangiato qualcosa dal sapore dolce.





martedì 20 gennaio 2015

ASSAFETIDA

Questa fantastica pianta possiede tanti benefici effetti: E' amara e ha un odore pungente e se ne usano soltanto pochi grammi quando si cucina. 
Previene la formazione di gas nell'intestino, è un valido aiuto contro le infiammazioni dell'apparato digerente e soprattutto aiuta a pulire a fondo l'intestino se assunta con costanza.

Ha un largo utilizzo nella medicina tradizionale come antimicrobico, con casi ben documentati per il trattamento di bronchiti croniche
Bastano pochi granuli,non più di tre/quattro grammi ogni 150 grammi di lenticchie o verdure e, nel giro di pochi giorni, arrivano i risultati. Provare per credere. E' molto importante non superare queste dosi, è raccomandato l’uso almeno quattro volte a settimana per ttenere i risultati desiderati. L'utilizzo dell'assafetida era diffuso nell'intera area mediterranea fin dall'epoca romana, dopo il medioevo l'utilizzo dell'assafetida sparì dalle cucine europee



 Le informazioni riportate non sono consigli medici. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico:

venerdì 9 gennaio 2015

VIAGGIARE IN TRENO IN INDIA – seconda parte. CUCCETTE PER SIGNORA

Cuccette per signora è il titolo di un libro che ho letto qualche anno fa. L'autrice è Anita Nair. 
Prendo in prestito questo titolo per tornare a raccontare l'esperienza dei miei viaggi in treno.

Ero nello stato del Maharastra quando decisi di prenotare un posto a sedere nella carrozza esclusiva per le donne.  In quel momento ero in compagnia di un’occasionale compagna di viaggio australiana.

Ormai ero avvezza agli spostamenti di qualunque tipo, viaggiavo da mesi, integrata nell’ambiente.

Avevo capito che si poteva bere l’acqua erogata alle numerose fontanelle ubicate nelle stazioni ferroviarie, senza timore di prendersi una dissenteria.

Prima della partenza del treno riempivo sempre la mia borraccia e, come tutti gli altri viaggiatori, nel caso di un lungo tragitto, mi precipitavo giù dal treno durante le soste alle stazioni ferroviarie, nel caso la borraccia si fosse prosciugata.

Quel giorno mi recavo a Bombay (oggi Mumbay).
La carrozza “ladies berths” era festosamente stracarica di occupanti.
In quel caso, per un percorso diurno, i sedili erano di legno; le donne indiane che occupavano la carrozza sembravano appartenere a una classe sociale modesta.  Ci accolsero con gioia, erano entusiaste di poter avere tra di loro due donne venute da lontano a visitare la loro terra. 

Fecero spazio sui sedili spedendo i loro figlioletti sulla “upper berth” la cuccetta più alta che rimane aperta durante il giorno e che permette di raddoppiare i posti a sedere.
Apprezzarono il nostro abbigliamento, felici di constatare che ci piacessero i loro vestiti, ci chiesero da dove venissimo e se avessimo figli.
Volevano sapere se a Bombay c’era un marito ad aspettarci … e come mai io, alla veneranda età di 35 anni non fossi ancora convolata a giuste nozze, dispiaciute per me perché ormai, secondo il metro delle loro tradizioni, ero vecchia e nessuno mi avrebbe più voluta come moglie…

Con generosità ci offrirono dei salatini piccanti che avevano preparato in casa, noi ricambiammo con tazze di tè quando arrivò il solito venditore ambulante, felice di fare grossi affari in quella carrozza.

A un certo punto, l’amica australiana ed io cominciammo ad avvertire serie pizzicate sulle cosce, iniziammo a grattarci e a chiederci “ma che succede?” “zanzare?”.  Le nostre vicine con un ampio sorriso ci fanno capire che anche loro stanno subendo gli stessi attacchi, niente paura, non sono zanzare, sono cimici del legno!!!

Inconvenienti di viaggio, e, intanto, da sopra, un bimbetto innocente e birichino ci sottopone a una piccola doccia di pipì: non è riuscito a informare sua madre per tempo.
La mamma sorride, si scusa, lo prende al volo e si lancia a gran velocità verso la latrina.
Troppo tardi, ormai.
Cuccette per signora!!!

venerdì 19 dicembre 2014

VIAGGIARE IN TRENO – PRIMA PARTE

Durante il periodo di peregrinazioni in lungo e in largo attraverso il continente indiano, preferivo spostarmi in treno.
Le ferrovie erano certamente più sicure delle strade, i treni più puntuali di quelli italiani soprattutto se pensiamo a spostamenti di 800 o 900 km, in una terra dove, almeno all’inizio degli anni ‘90, le vie ferroviarie si avvalevano di una tecnologia poco avanzata, i ritardi, paragonati a quelli delle nostre FS erano minimi.
Mi ricordo che per il viaggio più lungo che ho fatto, New Delhi-Bangalore, se non sbaglio, 36 ore, ci fu soltanto un’ora di ritardo.
Il territorio indiano è tanto vasto quanto complesso, eppure il traffico ferroviario era ed è molto capillare, le ferrovie arrivano dappertutto.
In particolare adoravo le piccole stazioni ferroviarie, tranquille e pulite. Lì si poteva sperare di poter acquistare qualche spuntino fresco, appena fritto, dai pochi venditori che, con orgoglio, mantenevano con grande decoro il loro carrettino dove facevano bella mostra di sé i semplici utensili e barattoli di spezie oltre all'immancabile padella annerita dalla fiamma del fornellino a kerosene. 
A volte si poteva avere un caffè al latte simile al nostro amato cappuccino preparato con caffè solubile e latte riscaldato con il vapore di una piccola macchina da bar simile a quelle italiane degli anni '60 !

Un viaggio in treno è una grande opportunità, per qualunque turista, di conoscere da vicino la vita e le opinioni degli abitanti di questa terra così imprevedibile e sorprendente.

Agli indiani piace molto conversare con persone che vengono da altri paesi e cercano sempre di instaurare un rapporto con i turisti, sono curiosi di conoscere da vicino chi viene da lontano e, spesso, amano raccontare di sé, della propria vita, la famiglia, religione, filosofia e tradizioni .
Ho assaggiato, di frequente, prelibati bocconi di cibo preparato in casa che con generosità e persino orgoglio mi venivano offerti.
In base alla mia esperienza ho visto sempre dei larghi sorrisi e occhi brillanti quando accettavo e apprezzavo quello che una mamma, una sorella o una moglie, aveva, con tanto amore cucinato, a volte alzandosi prima dell’alba, perché un po’ di sapore familiare potesse accompagnare chi era costretto ad intraprendere un viaggio.
Mi ricordo di una volta in cui nel mio vagone si trovava un nutrito gruppo familiare che tornava da una festa di matrimonio.

La mamma, scoccata l’ora di pranzo, si affrettò a estrarre dalle gonfie borse, enormi scatole che contenevano le più svariate prelibatezze che erano state distribuite al banchetto di nozze. 

Per fortuna che, al contrario di tanti turisti viaggiatori, io adoravo e adoro la cucina indiana e, con piacere, accettavo di tutto, ben felice di non dovermi accontentare di frutta e “namkin” (salatini speziati) che potevo acquistare dai venditori ambulanti che affollavano le stazioni ferroviarie pronti a saltare sul treno ad ogni fermata.

Per i viaggi che prevedevano un pernottamento avevo imparato a prenotare la cuccetta più in alto che mi garantiva privacy e mi permetteva di restarmene sdraiata a leggere anche durante il giorno, inoltre mi assicuravo, in questo modo, la vicinanza ai piccoli ventilatori che incessantemente cercavano di muovere l’aria dell’afa diurna.

L’unico cruccio, per me, era costituito dalla necessità di usare il gabinetto (per fortuna “alla turca”) ma, come si sa, in caso di tanti viaggiatori e tante ore di percorso, a un certo punto, lo frequentavo non senza trattenere il respiro: ecco a cosa erano serviti tanti esercizi di pranayama, pensavo tra me e me!!!


Ci ho persino passato un 31 dicembre in treno,da Bombay (oggi Mumbay) a Madras (oggi Chennay): a mezzanotte, con un'amica italiana che era venuta a trovarmi, ho brindato con una ThumsUp (una specie di coca cola made in India) e mangiato croccanti salatini di lenticchie, per la tradizione, cosparse di abbondante "masala".


martedì 16 dicembre 2014

AYURVEDA E YOGA: IL RESPIRO DI FUOCO

Il Respiro di Fuoco

Questo respiro è una tecnica di Pranayama caratteristica del Kundalini Yoga. La parola pranayama significa controllo del respiro nella lingua sanscrita.

Il respiro di fuoco non soltanto incrementa la capacità polmonare (consentendo quindi una respirazione lenta e profonda nella quotidianità) ma:

1.  rafforza il sistema nervoso
2.  purifica il sangue
3.  incrementa la vitalità

Questo pranayama consiste semplicemente nel respirare in maniera rapida e potente attraverso il naso, è importante praticare alla presenza di un insegnante fino a che non si padroneggia la tecnica.

"Sedersi con la schiena eretta, chiudere la bocca e respirare rapidamente attraverso il naso. L'inspirazione e l'espirazione devono essere di pari lunghezza.
La cassa toracica deve rimanere ferma mentre quello che è in continuo e sincronizzato movimento con il respiro è l'ombelico, praticare per 1-3 minuti, non oltre".

Infatti durante l'inspirazione l'ombelico e i muscoli addominali sono rilassati, mentre nell'espirazione occorre tirarli verso la spina dorsale (in sostanza si deve tirare in dentro la pancia).

Non ci sono pause tra l'inspirazione e l'espirazione.

E' bene esercitarsi in modo graduale; all'inizio vanno bene anche 30 secondi alla volta ad un ritmo relativamente blando, poi si può tranquillamente arrivare ai 3-11 minuti con 120-180 respiri completi al minuto.

Se fatto correttamente, il Respiro di Fuoco è un tipo di respirazione "tranquilla", dove non c'è nessuna tensione muscolare; le spalle devono rimanere morbide, i muscoli del viso rilassati.
Non si tratta di fare "iperventilazione" respirando in modo profondo e erratico ma di respirare in modo cosciente e controllato.

Sebbene il Respiro di Fuoco possa apparire come una sequenza continua di molte inspirazioni ed espirazioni, esso è considerato come un unico lungo respiro dal momento in cui si comincia a praticarlo fino al termine della sessione.

Ecco perché è assai efficace per calmare la mente; più lungo è il respiro, più la mente si calma.

Quando pratichi il Respiro di Fuoco anche per un solo minuto è come se avessi fatto un solo respiro in tutto quel minuto. 
Fare meno di otto respiri al minuto stimola la secrezione della ghiandola pituitaria e di conseguenza aumenta la nostra capacità di intuizione.

Il Respiro di Fuoco è una tecnica respiratoria di purificazione:  le prime volte che si pratica si possono avvertire alcuni effetti fisici collaterali.

Specialmente se nel sangue abbiamo molte tossine, potremmo sentirci storditi o avere delle vertigini; ma non dobbiamo preoccuparci.
E' bene eseguire un breve rilassamento rimanendo seduti, con gli occhi chiusi e un ritmo normale di respirazione.
Questo permetterà ai veleni di risalire in superficie per poi essere eliminati. 


AVVERTENZE: Poiché il Respiro di Fuoco incrementa la circolazione sanguigna è opportuno che non venga praticato dalle donne nel periodo delle mestruazioni, dalle donne in gravidanza o da persone affette da pressione sanguigna alta.


Il Respiro di Fuoco è una tecnica molto utilizzata nel Kundalini Yoga.