martedì 25 novembre 2014

I tre Guna nell'Ayurveda

LE TRE QUALITA’ DELLA MENTE

La mente sattvica è la mente che possiede le qualità del distacco, dell'assenza di desiderio, della imparzialità e della resa a ciò che è.
La qualità sattvica diviene impura se inquinata dalle qualità rajasica e/o tamasica. Solo allora costituisce la causa dell'ignoranza e dell'illusione che è ragione di asservimento dell'uomo. La mente sattvica è unita a caratteri quali saggezza, gioia, pace, fratellanza, fiducia, santità, purezza e senso di unità con tutti.

La mente rajasica è la mente in attività: pianifica per poter agire. Questa mente è spesso in preda ad agitazione. Il suo atteggiamento è quello di creare incessantemente ma anche di distruggere.
La qualità rajasica genera l'illusione dell'esistenza di qualcosa che non esiste, allarga e approfondisce i contatti dei sensi con il mondo esterno, crea gli affetti e gli attaccamenti, e, per mezzo della coppia di spinte piacere-dolore (l'una volta ad ottenere e l'altra volta ad evitare) fa sì che l'individuo si immerga sempre di più nell'attività. L'attività alimenta i mali della passione, rabbia, cupidigia, presunzione, odio, orgoglio: attraverso questi mali ci si incammina, si scivola verso la qualità tamasica.

La mente tamasica ha un atteggiamento di inerzia e di buio. Vivere secondo gli istinti è vivere al buio. Il destino dell'essere umano è di essere dotato di coscienza per muoversi dal buio dell'ignoranza (tama) alla luce della conoscenza (sattva).

Il cibo costituisce una delle maggiori fonti di energia fisica e contribuisce alla formazione della linfa, materia prima attraverso la quale tutte le ghiandole producono i rispettivi ormoni.
L'Ayurveda e lo Yoga attribuiscono importanza fondamentale alla linfa e la considerano cibo per il cervello.
La scarsità della linfa rende il cervello affaticato e le sue funzioni sono limitate. 
Una dieta ricca di verdura a foglia verde è indispensabile per la produzione di linfa poiché la clorofilla è un catalizzatore che ne favorisce la formazione.

La linfa dona vitalità e vigore al corpo.

Queste caratteristiche descrivono la parola latina vegetare dalla quale è derivato il termine "vegetariano";
la dieta vegetariana si riferisce al "cibo per gli dei".


Nelle antiche scritture vediche, il corpo è chiamato annamaya kos’a, una parola Sanscrita che significa “fatto di cibo”, a sottolineare lo stretto legame fra cibo, corpo e mente. 

Il corpo è considerato infatti il primo livello della mente, quello più materiale e esterno, lo strumento con cui la mente interagisce con il mondo.

Nello Yoga il cibo è classificato in base alle tre forze cosmiche che danno origine alla creazione: SattvaRaja, e Tama rappresentate dalle divinità Brahma, Vishnu e Shiva.

Il cibo Sattvico o senziente è quello in cui prevale la forza sattvica che aiuta l’evoluzione fisica, mentale, e spirituale, e lo sviluppo completo dell’essere umano.
Il cibo Rajasico è quello in cui prevale la forza rajasica, la forza dell’attività e del cambiamento, in perenne movimento e agitazione.
E il cibo Tamasico o statico è quello in cui prevale la forza tamasica, statica e inerte.

I Cibi Sattvici sono la frutta, la maggior parte dei vegetali, tutti i semi, mandorle, pinoli,   noci e così via, i cereali e derivati, latte. Erbe aromatiche e spezie.
Questi cibi rendono il corpo armonico e puro, la mente sarà chiara e concentrata, essi contribuiscono a mantenere la salute e la pace mentale e favoriscono lo sviluppo spirituale.

Cibi Rajasici sono il caffè, il tè, la cioccolata, le bevande gassate, le spezie piccanti in grande quantità, alcuni cibi fermentati. Sono cibi che agiscono come stimolanti o creano gas e molto calore nel corpo, portano uno stato d’irrequietezza e agitazione.



I Cibi Tamasici invece sono la carne, il pesce, le uova, e i loro derivati, l’aglio, la cipolla e i funghi, le bevande alcooliche, le sigarette e il tabacco, tutti i tipi di droghe e i cibi avariati. Sono cibi portatori d’energia inerte che rendono statici sia fisicamente che mentalmente, ostacolando la concentrazione e il progresso spirituale.

mercoledì 19 novembre 2014

Terracotta indiana. Prima parte: il bicchiere del tè

La produzione della terracotta nella terra dell'India ha sempre svolto un ruolo molto importante ed è per questo che dedicherò più di un post a questo argomento.
Spero che i nascenti movimenti ecologisti che intendono salvare questa bellissima terra dalla plastica, possano avere un potente impatto per riportare in auge l'uso dei bicchieri di terracotta per le bevande che si consumano in strada.

Nella vita quotidiana di ogni indiano il tè svolge un ruolo importante.

E' per questo che si beve tè ad ogni angolo di strada, nelle stazioni dei bus, nelle stazioni ferroviarie.

Durante i miei viaggi era sempre un sollievo al mattino, al risveglio, dopo una notte trascorsa dormendo come meglio si poteva nella cuccetta di un vagone delle ferrovie indiane o seduta su un "video coach" con sedili reclinabili ma certamente scomodi da passarci sopra la notte, mentre uno schermo piazzato subito dopo la cabina del guidatore proiettava gli interminabili film bollywoodiani.

Il venditore di "chai" questo è il nome del tè in lingua indi, saliva sul vagone, si faceva largo lungo i corridoi stipatissimi di persone che non avevano trovato un posto a sedere negli scompartimenti e avevano passato la notte peggio di me.

Un grande bollitore di alluminio in una mano e un secchio pieno di bicchieri di terracotta nell'altra mano.
Con maestrìa versava il tè nel bicchiere. Tè fumante, al latte, profumato di spezie e, per me, troppo dolce, ma pazienza! Il bicchiere ci veniva sempre offerto con occhi scintillanti, con un sorriso, ringraziavo di vero cuore e facevo scivolare nelle callose mani le rupie.

Se non aveva il resto, con grandi cenni, cercava di far capire a noi stranieri che sarebbe tornati indietro alla fine della vendita con le monete mancanti e, a volte, le monete passavano di mano in mano tra i viaggiatori seduti a terra per giungere nelle mani del destinatario finale.



All'inizio degli anni novanta, questi infaticabili e pazienti venditori di tè usavano ancora i bicchieri di terracotta, igienici ed ecologici. Infatti, dopo aver sorseggiato il chai, potevano essere gettati dal finestrino e restituiti alla terra che li aveva prodotti.
Ci sforzavamo di gettarli in modo che si rompessero perché a nessuno, proprio a nessuno, potesse venire in mente di riciclarli.

La bevanda assumeva un gradevole sapore tutto suo se bevuta da questi bicchieri ora, purtroppo, sostituiti da bicchieri di plastica.
Li si poteva tenere tra le mani senza scottarsi, ogni bicchiere era stato modellato singolarmente da un esperto membro della famiglia appartenente alla casta dei lavoratori della terracotta.

Sono certa che i venditori ambulanti di tè, chai wallah, non hanno accolto con gioia l'introduzione della plastica ma si sono semplicemente adattati a ciò che è stato imposto dai voraci produttori e speculatori che hanno cercato di cancellare dalla nazione la millenaria tradizione della produzione di terracotta.



venerdì 7 novembre 2014

Amma: Mata Amritanandamayi

Durante i mesi trascorsi a peregrinare in lungo e largo nel continente indiano, decisi che, certamente, valeva la pena recarsi a conoscere Amma, a quei tempi, 1991, si parlava ancora poco di lei.


                                                                 

                                                  Era  giovane così quando la conobbi.

Mata Amritanandamayi è diventata famosa nel mondo per essere la Maestra (Guru) dell'abbraccio.

In questo ultimo decennio, quando visita l'Europa, si formano lunghe code di persone (fino a tremila anche quattromila) che desiderano essere abbracciate da Amma ... ma,  a quel tempo, ricevetti il suo abbraccio ogni sera, nel suo piccolo ashram, ancora in costruzione, su un isolotto del Kerala.

Arrivai in Kerala viaggiando su uno qualunque degli scomodi e affollati treni indiani, provenivo da Mysore.

Prima tappa, Cochin, poi in bus fino a Kayankulam, scesi dal bus e, come sempre succedeva a noi occidentali, venii subito avvistata da solerti procacciatori di posti su vecchie jeep dell'esercito, dove i locali viaggiano appesi a grappoli un po' ovunque.

Preoccupata, prima di salire, avevo lanciato uno sguardo ai copertoni delle ruote: completamente lisci. Ma la jeep si muoveva lentamente attraverso stradine che si aprivano un varco tra palme e case palafitta. 

Ogni tanto, qualcuno scendeva, altri salivano: 12 chilometri percorsi in un'ora circa per arrivare a Vallickavu, spiaggia della laguna dove una barchetta incerta traghettò me e il mio zaino fino all'isolotto dove l'ashram, sebbene in costruzione, poteva già ospitare una cinquantina di pellegrini.

Seppi subito che Amma non c'era ma che sarebbe arrivata da lì a due giorni.
Bene, pensai, il tempo di ambientarmi e capire che aria tira.
Ero incantata dalla semplicità del luogo. 
Dormivamo in camerata e questo mi spinse presto a fare l'esperienza di andarmene a passare la notte sul terrazzo, sotto una luna piena da capogiro che dominava su un paesaggio silenzioso. 
Tutto era così immobile. 
Si percepiva appena il rumore del mare che lambiva la piccola spiaggia sottostante. 
Dalla terrazza, all'alba,  si poteva sbirciare nell'ala posta al piano terra, dove abitavano quelli che io chiamavo "i bramini di Amma": giovani uomini, tutti piuttosto attraenti (!), che avevano preso, chissà per quale motivo, la decisione di dedicare la loro vita al ritiro e alla preghiera.

Indossavano i bianchi, tradizionali dhoti, al posto dei pantaloni e grandi sciarpe di leggero cotone per coprire spalle e torace, lasciavano scoperte braccia di  lucida pelle scura tipica degli indiani del  
Kerala.

L'ashram era modesto ma pulito, il piccolo giardino, curato.

Si poteva mangiare alla mensa per gli occidentali (senza curry) ma c'era anche la possibilità di gustare ottimo cibo indiano, molto piccante, che ci veniva servito, a volontà, su foglie di banano mentre sedevamo a terra, su stuoie di cocco. 
Scelsi la mensa indiana. Quando si viaggia per molti mesi, e si passa da un treno a un bus, spesso si è costretti a mangiare frutta, o "street food" non sempre della migliore qualità. 

Da Amma, il cibo era cucinato e servito da bramini ed era squisito. 
Questi uomini dallo sguardo dolce e fermo e un gran sorriso sulle labbra, passavano, scalzi, davanti a ogni commensale con secchi di acciaio che emanavano profumi eccitanti per le papille gustative.

Nell'ashram si doveva fare un lavoro a scelta, il "seva", ovvero, servizio per la comunità.
Me ne andai in tipografia a incollar fascette di indirizzi sui notiziari dell'ashram che venivano spediti ad abbonati sparsi qua e là nei vari stati indiani.

Fu proprio uscendo dalla tipografia che il terzo giorno mi imbattei in Amma, sorridente, vestita di bianco:  mi venne incontro, mi abbracciò con molta semplicità dandomi un caloroso benvenuto.
Era circondata da un'aura di luce, questo lo ricordo bene, e non lo dimenticherò. 

Dopo il suo arrivo, ogni sera ci riunimmo nel tempio con lei che cantava i bhajans quasi come se fosse in estasi. I canti erano accompagnati da alcuni musicisti che, a quanto pare, la seguivano nei suoi spostamenti. 
Trascorrevamo molto tempo con lei, non saprei dire con esattezza ma, credo, almeno tre ore, e lei abbracciava tutti con la  stessa, immutabile espressione di gioia nel viso.
Mi piaceva Amma perché si rendeva "raggiungibile", era alla nostra portata. 
Non si avvertiva da parte di lei il minimo senso di distanza, di giudizio o superiorità.
Era proprio vero: Amma era quello che faceva "l'abbraccio".
Quando lei  decise di ripartire per visitare qualche altra città del sud, lasciai l'ashram e proseguii il mio pellegrinaggio.

mercoledì 29 ottobre 2014

AYURVEDA SCIENZA DI VITA

Ayurveda significa ‘scienza di vita’.

È un sistema fatto di suggerimenti di stile di vita,  valido per tutti gli esseri umani, che viene praticato in India da tempo immemorabile. Non c'è bisogno di arrivare a una malattia per adottare lo stile di vita Ayurveda.

Salute, secondo l’Ayurveda, non significa solamente assenza di malattie. Una persona è da considerarsi sana infatti quando la sua mente, i suoi organi e la sua anima sono in uno stato di perfetto equilibrio. Ayurveda è prevenzione.

Secondo il chirurgo Sushruta, vissuto probabilmente nel VII secolo a. c., è da considerarsi sana una persona che ha in equilibrio:
1.    i Dosha (Vata, Pitta e Kapha, responsabili delle funzioni o delle disfunzioni degli organi);
2.    gli Agni, enzimi responsabili della digestione e del metabolismo;
3.    i Dhatus, che costituiscono la struttura del corpo; la felicità dell’anima, dei sensi e della mente.

L’Ayurveda pone enfasi tanto sulla conservazione quanto sulla promozione della salute, oltre che sulla prevenzione e cura delle malattie.
Per questo motivo, in questa ‘scienza della vita’ alcune terapie vengono prescritte sia a chi è malato sia a chi è sano.
“Quando il corpo ha bisogno di terapie?”, il corpo di un individuo ha, nel corso del tempo, una serie di ‘prove’ da superare; durante le fasi del giorno e della notte; durante le varie stagioni; durante le varie età della vita.

Nei testi Ayurveda troviamo una serie di terapie (tra cui grande rilievo riveste il massaggio) che favorisce il potere di resistenza del corpo ai cambiamenti o la guarigione di una malattia che si sta manifestando. 

IL MASSAGGIO NELLA TRADIZIONE AYURVEDA

IL MASSAGGIO AYURVEDICO

Il massaggio è sempre stato considerato di grande importanza nella tradizione ayurvedica. Sottoporsi annualmente a un ciclo di massaggi è ideale per mantenere una buona salute.
Dovrebbe essere adottato come una pratica di vita.
Gli antichi testi Ayurvedici consigliano l’uso di oli diversi, adatti alla stagione e alla costituzione della persona.
Il massaggio fa aumentare il meccanismo di difesa immunitaria del corpo nei confronti dell’ambiente. E’ un ottimo esercizio per il sistema nervoso.
Negli antichi testi Ayurvedici sono citati i “Dodici benefici del massaggio”.


allontanare la vecchiaia
eliminare la stanchezza e il senso di fatica
eliminare l’umore Vata in eccesso
migliorare la vista
aumentare la resistenza fisica
dare lunga vita
favorire il sonno
rinforzare la pelle
potenziare la reazione alle malattie
accelerare la guarigione delle ferite
proteggere dagli squilibri di Kapha, Pitta e Vata
migliorare il colore e la resistenza della pelle


martedì 28 ottobre 2014

In autobus verso il villaggio

Mi piaceva andare al villaggio. Ci muovevamo da Alwar, piccola città del Rajasthan dove viveva mio marito, Rama, usando mezzi di linea. 


Alwar road map


Gli autobus erano affollati, uomini seduti persino sul tetto che ospitava chi, pur viaggiando con il sole a picco che batteva implacabile sui colorati turbanti dei contadini locali, preferiva respirare un'aria diversa da quella interna. Pagavano il biglietto prima di salire. L'autista era ben attento a rallentare mentre percorreva i tornanti per evitare che qualcuno potesse cadere dal tetto.

Il bello di quei trasporti locali, almeno allora, era che si fermavano "a richiesta" di chi volesse salire o scendere in qualunque punto del tragitto per facilitare i viaggiatori sempre numerosi.
Per me, già salire sul bus era un'impresa: il primo gradino era così alto da terra che Rama doveva issarmi. Una volta dentro si dava da fare per farmi sedere tra i posti della fila riservata alle donne, tutte rigorosamente velate. Volentieri si stringevano per farmi spazio pur di avere la possibilità di osservare da vicino una donna che "veniva da lontano, da un altro paese".

Sempre, un tam tam di domande e risposte tra le anziane e Rama, faceva scattare l'abbinamento "italiana come Sonia Gandhi" e sembrava che questo permettesse loro di  collocarmi meglio nei loro archivi mentali.
In fondo se Rajiv Gandhi, che fu barbaramente ucciso proprio in quel periodo, aveva sposato Sonia, per quale motivo un giovane uomo rajasthano, uno dei loro, non poteva avere sposato un'altra italiana?

E così scattavano i loro gesti di approvazione, i sorrisi. Si accertavano che i suoceri indiani avessero accettato con gioia il nostro matrimonio e che pure la famiglia italiana fosse contenta di aver mandato una figlia così lontana da casa.
La mia famiglia non sapeva ancora, in quel momento, che mi fossi sposata!!! Questo ci guardavamo bene dal dirglielo, sarebbe stato troppo difficile da comprendere per loro che fanno del matrimonio e della sua celebrazione uno dei più importanti avvenimenti della vita e, di sicuro, un evento cardine nella vita di ogni famiglia  indiana.
Controllavano con attenzione che indossassi tutti i segni che contraddistinguono una donna indiana sposata da una nubile e, in tal modo, mi accettavano nella grande famiglia India dichiarando apertamente: ora sei indiana, ti auguriamo di avere presto un figlio maschio.

Era caldo quel giugno, mentre l'autobus si inerpicava sulla strada che tagliava la montagna: il calore immagazzinato dalle pareti di roccia granitica ci veniva restituito con generosità e contribuiva a farmi entrare in uno stato di sonnolenza che si impossessava di me per tutto il resto del tragitto.

Quando l'autobus si fermava, aprivo gli occhi e osservavo quelli che erano arrivati a destinazione. Mi piaceva seguirli con lo sguardo mentre, carichi di pacchi, si incamminavamo per raggiungere le loro case tra i campi dove li attendeva ombra, profumo di pane appena cotto, acqua fresca e l'immancabile chai, tè al latte abbondantemente zuccherato e aromatizzato con elaichi (cardamono).

Quando a nostra volta arrivavamo a destinazione, mentre percorrevamo il sentiero che ci portava alla casa, si poteva star certi che qualcuno della famiglia o delle case accanto, ci avesse già avvistati e un adolescente veniva spedito per aiutarci a trasportare le buste da cui traboccavano i profumati manghi che avevamo acquistato prima di lasciare Alwar.
La suocera veniva ad accogliermi al cancello aspettando con pazienza che io e mio marito ci chinassimo per sfiorarle i piedi, saluto riservato agli anziani, le sue lunghe mani nodose toccavano il nostro capo in segno di benedizione, dicendo "sono felice", e mi precedeva per guidarmi all'interno della casa  dove mi aspettavano le altre donne.

Donna nel villaggio
foto scattata nel 1991 e miracolosamente sopravvissuta a tanti traslochi.










mercoledì 22 ottobre 2014

La famiglia del Rajasthan

Vivere con una famiglia del Rajasthan, in un villaggio, non è cosa semplice, soprattutto se hai sposato un indiano e sei una "nuora" occidentale.
.Il villaggio, Jat Behror, era affascinante perché intatto nello stile di vita, le tradizioni regolavano l'esistenza, le scelte e i ritmi dei suoi abitanti, uguali e ripetitivi con il  passare dei decenni, forse dei secoli. 
L'unica novità era costituita dal passaggio di qualche rara, sporadica moto e dall'elettricità per poche ore al giorno e non tutti i giorni.

I miei suoceri possedevano un'antica casa nel centro del villaggio e una casa moderna costruita a ridosso dei loro campi.
Io amavo la casa antica ma non c'era il confort del gabinetto!!!  Se non ci fosse stato questo inconveniente sono certa che avrei voluto vivere lì. 
Nelle stanze c'era tutta l'energia della vita che era stata vissuta tra quelle pareti, si poteva percepire uno "spessore", una vibrazione di presenze, di profumi, oserei dire di pensieri. 

Sembrava quasi che le pareti avessero una vita propria.
Mi piaceva il terrazzo che si affacciava sugli stretti vicoli, e la cucina sistemata in un angolo, i fornelli di terracotta a terra, a ridosso di una parete annerita dal fumo.

Al mattino, i pavoni si posavano sui terrazzi delle case, richiamati dai chicchi di grano che venivano lasciati lì per loro. 
I maestosi uccelli, dopo aver mangiato, con il loro volo basso e pesante, andavano a posarsi sui rami di alberi vicini dove potevano godere della frescura fino al calar del sole. 
Gli uccellini passeggiavano indisturbati sul terrazzo e visitavano le stanze nella speranza di poter beccare qualche briciola sfuggita all'implacabile "jaaru" (scopa) che una qualunque delle donne della casa, con puntigliosa solerzia, sventagliava sui semplici pavimenti, più volte al giorno..  

Al tramonto, in lontananza, in fondo ai campi si potevano scorgere, quelle che erano chiamate le mucche blu "nil gai" una razza di antilopi che godevano di grande rispetto e considerazione. Animali schivi e prudenti, potevano cibarsi di ciò che offrivano i campi coltivati e che fosse di loro gradimento. 






Il villaggio, a quei tempi, era servito dalla compagnia elettrica per una o due ore al giorno e non tutti i giorni. In quell'occasione si azionava la pompa elettrica che tirava su l'acqua dal pozzo e tutti si davano un gran da fare per riempire tutti i recipienti disponibili nella casa.

La famiglia mangiava soltanto ciò che era prodotto dalla propria terra  e beveva il latte munto dalla propria bufala e, se ce n'era a sufficienza, si potevano avere anche lo yogurth e il burro.

Il cibo, semplice e sapientemente speziato, era cucinato su fornelli fatti di terracotta il cui fuoco era alimentato da rametti secchi e sterco di mucca mescolato alla paglia e fatto essiccare al sole. 

Il pane (chapati) non lievitato, sottile e di forma circolare, prodotto fresco ad ogni pasto.



Fino al giorno in cui non mi lavai con l'acqua attinta dal pozzo di un certo tempio di un loro Guru deceduto da circa cento anni, non potevo entrare in cucina, e dovevo chiedere alle altre donne di servirmi persino un bicchiere d'acqua attinta dalla grande anfora di terracotta ... non ero purificata!

L'ora del tè così come l'ora dei pasti era stabilita dalla suocera, per me facevano un'eccezione perché straniera e accettavano il fatto che avessi altre abitudini, per quanto fossero stupiti che si potesse avere un desiderio diverso dal resto della famiglia! 
Nei caldi pomeriggi, mentre tutti si rilassavano sdraiati sui "charpoi", letti indiani, lasciando andare qualunque resistenza al sonno, io mi dedicavo alla lettura di qualche libro. 

Felice del silenzio di parole e di sguardi che si faceva attorno a me, mi portavo nella parte più alta della casa per guardare i campi in lontananza. La calura rendeva tutte immobili alberi, animali, esseri umani.

Le donne giovani, figlie e nuore, vivevano soprattutto nel retro della casa che, per fortuna si affacciava sui vasti campi.

Il patio era luogo degli uomini e delle donne anziane, le uniche alle quali era consentito parlare con uomini che non fossero il marito.
Le mie cognate avevano sempre il capo coperto da un lungo velo ed erano  pronte a farlo scivolare sul viso se sentivano avvicinarsi i passi di un uomo. Ammiravo la tempestività delle donne nel compiere quel movimento che avrebbe celato il loro volto al mondo maschile. Quando andavano vicino alla cisterna dell'acqua, situata nella parte antistante la casa, per lavare i piatti, rimanevano a volto coperto per tutto il tempo della durata dell'operazione.

Sbalordita cercavo di comprendere, attraverso l'osservazione, i loro comportamenti, le loro regole. 

Le sorelle di mio marito, nella casa dei loro genitori, godevano di maggiore libertà rispetto alle mogli dei fratelli. Non dovevano coprire il  volto davanti agli uomini e potevano anche sostare e sedere nel patio, parlare con il padre, con i fratelli, zii e cugini. A loro non era concesso di lasciare le mura di cinta della casa da sole, ma sempre, rigorosamente scortate da una donna anziana o da un uomo della famiglia. In strada non erano tenute a velare il viso.


Dopo il matrimonio, le giovani spose si stabiliscono nella casa dei suoceri e, a quel punto, con la massima tranquillità adottano tutta una serie di comportamenti obbligati a cui loro non pensano affatto di ribellarsi.
  
Non ho mai visto le altre nuore parlare con il marito in pubblico o di fronte a qualunque altro familiare di sesso maschile di età maggiore del marito. 
Per giunta, all'interno e nel retro della casa non accedevano mai estranei di sesso maschile, gli ospiti erano ricevuti dagli uomini della famiglia. 

Se i mariti avevano qualcosa da chiedere alle loro mogli, notavo che, in genere, si rivolgevano alla madre che faceva da intermediaria. 
Qualunque tipo di contatto fisico in pubblico, perfino lo sfioramento, era impensabile.
Non escono dalla casa a meno che non siano accompagnate e solo per "motivi giustificati", in quel caso, coprono il loro volto, abbassando il velo per tutto il tragitto da compiere.